STORIA, ARTI E MATERIALI
Da quando i profondi rivolgimenti sociali e culturali degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso hanno sensibilmente modificato i codici dell'abbigliamento, la cravatta, pur con qualche eccezione, non è più un obbligo per l'uomo. Per molti di coloro che l'indossano, il meno monotono dei capi di vestiario maschile è divenuto una fonte di piacere.
Piacere della qualità ma soprattutto piacere di esprimersi, di comunicare ad altri, con tutte le sfumature del caso, la verità profonda o passeggera del proprio animo. Fino all'inizio del secolo scorso, attraverso la varietà dei nodi e in seguito attraverso quella dei colori e dei
motivi, la cravatta, unico tocco di fantasia concesso a tutti gli uomini, di qualunque età o condizione, ha sempre messo a loro disposizione un linguaggio. Essendo di per se assolutamente inutile, ed essendo per di più divenuta facoltativa, la cravatta esprime innanzitutto la personalità di chi la porta.
ALLA CROATA
La cravatta ha una sua preistoria. Nell'antichità, per motivi di carattere igienico o climatico, i soldati di diversi eserciti usarono portare un pezzo di stoffa annodato intorno al collo. Ad esempio, i primi ad indossarla furono i legionari romani stanziati nelle regioni del Nord Europa; una striscia di tessuto detta focale, che lasciava pencolare i due capi del nodo sul petto e che serviva soprattutto a ripararsi dal freddo. Li vediamo rappresentati sulla colonna Traiana, a Roma.
Anche i soldati del primo imperatore della Cina (III secolo a.C.), dei quali si sono ritrovate le statue in terracotta a grandezza naturale, portavano un fazzoletto legato davanti e ripiegato a triangolo sulle spalle. Ma questa sorta di fazzoletto o sciarpa in seguito scomparve, e perché ricomparisse dovettero passare circa quindici secoli.
Le guerre comportano a volte conseguenze inaspettate che i libri di storia spesso
ignorano, meno evidenti ma altrettanto profonde e durature di una nuova linea di confine. La guerra dei Trent'anni, che devastò l'Europa dal 1618 al 1648, influisce ancor oggi direttamente sulla vita quotidiana di seicento milioni di uomini di tutti i continenti: quelli che ogni mattina si annodano intorno al collo una cravatta. Questa guerra di religione, che vide l'aristocrazia protestante di Boemia opporsi all'autorità cattolica dell'Impero, coinvolse rapidamente tutta l'Europa, dove si scontrarono in una lotta senza quartiere le truppe imperiali da una parte e i francesi e gli svedesi dall'altra. Fu una guerra implacabile, e tanto più crudele
in quanto sostenuta soprattutto da truppe mercenarie reclutate nell'Europa centrale la cui più forte motivazione era il saccheggio sistematico delle campagne che attraversavano. Intorno al 1635, la quasi totalità dei centosessantamila fanti e cavalieri che combattevano per il
re di Francia era stata reclutata all'estero. SI trattava di mercenari croati, che portavano tutti un fazzoletto semplicemente annodato intorno al collo, a mò di sciarpa. Aveva un significato romantico: si trattava del dono fatto da mogli, fidanzate e amanti ai soldati che partivano per la guerra in territori lontani; legato al collo era testimonianza di legame e segno di fedeltà verso la donna amata.
Gli ufficiali francesi, trovandolo molto più comodo della loro gorgiera inamidata, finirono per adottarlo e poi lo diffusero presso l'aristocrazia del secolo di Luigi XIV. La parola deriva dal francese “cravate”, problematico termine dall’origine oscura. Una delle teoria lo vede originarsi dal termine croato hrvat, che vuol dire appunto “croato”. In origine era apostrofata come sciarpa croatta poi abbreviata in croatta e dunque in crovatta.
Fece così la sua comparsa, verso il 1650, la cravate, destinata a propagarsi rapidamente in tutta Europa.
Un’altra teoria è riportata da Tiziano Terzani, giornalista e viaggiatore, nonché profondo conoscitore dell'Asia, che accenna nel suo libro “Un indovino mi disse” ad un'altra genesi, o poligenesi, e cioè che la cravatta sia “in origine un'invenzione dei Mongoli per trascinare i prigionieri legati al pomo delle loro selle”.
Qualunque sia la sua origine, gli aristocratici europei apportarono raffinate modifiche al semplice fazzoletto croato, la cui foggia fu trasformata in un largo nodo di mussola o di pizzo, spesso ornato da nastri di seta. Era simile a una grande cravatta a farfalla, o papillon (il termine fu riferito a un tipo specifico di cravatta e di nodo soltanto dopo la comparsa della cravatta lunga, corrispondente grosso modo all'attuale) o a quella che più tardi venne chiamata “alla Lavallière”. Da allora, fino agli anni Sessanta del secolo scorso, per l'uomo elegante fu inconcepibile mostrarsi in pubblico senza una cravatta.
DALLA STEINKERQUE ALLA CRAVATTA ATTUALE
Capo d'abbigliamento di per s é inutile, ma ornamento indispensabile all’eleganza maschile (spesso portato anche dalle donne), la cravatta non poteva non essere protagonista di mode a volte durature, a volte effimere. Alla foggia originaria, dal grande nodo, seguirono la steinkerque, le cui estremità si facevano passare in un'asola della giacca, e poi lo stock, semplice striscia di tessuto che si agganciava o si avvolgeva intorno al collo, senza lasciarne ricadere i lembi sul petto. Per il suo aspetto austero, la sua rigidità accentuata dall'uso dell'amido e anche di stecche di balena o di setole, lo stock rispondeva perfettamente, all'inizio del XVIII secolo, al rigore della nuova età borghese. I damerini dell'aristocrazia libertina seppero tutttavia abbellirlo con un grazioso nastro nero, il solitaire. Sul finire del secolo, poi, lo stock fu rinnegato in modo provocatorio e plateale dalle nuove generazioni: in particolare in Inghilterra dai cosiddetti Macaroni e in Francia dai giovani scapestrati dell'epoca del Direttorio che venivano definiti Incroyables(Incredibili).
Ma solo dall'inizio del secolo successivo – che vide il primo dei dandy, Brummell, dettar legge in materia di eleganza – la cravatta conobbe la sua epoca d’oro. Certo continuava ad esistere lo stock per i borghesi più conformisti, ma accanto a questo vi fu una grande fioritura di cravatte più aggraziate, dalle forme sempre più vaporose, con i nodi più svariati.
Fecero a quei tempo la loro comparsa numerosi trattati di cravattologia: dopo il Necklothiana or Tietania dell'inglese J.J. Stockdale (1818), particolarmente famoso fu “L’art de mettre sa cravate de toutes les manìeres connues et usitèes, enseignè et demontrè en seize leçons” (1826) di un certo barone de L'Empesé: quest'ultimo passava in rassegna ben quattordici tipi di cravatta e le loro diciotto varianti. Tra esse figurava l'ascot, che si indossa a volte anche oggi in occasione di matrimoni importanti, ma non era ancora presente la cravatta. Perché questa facesse la sua comparsa si dovettero attendere i nuovi modi di vita affermatisi in seguito alla Rivoluzione industriale e l'emergere di una classe media costretta al lavoro d'ufficio: dapprima comparve la cravatta lunga degli anni Sessanta dell'Ottocento. quindi, intorno al 1925, quella che conosciamo oggi. In parte ispirata all'informale bandana,
solida, plastica, quasi inamovibile per tutto l'arco della giornata, essa rispondeva a un bisogno di semplicità e di confort. Il suo limite maggiore, l'uniformità, fu compensato dal fatto che, mentre un tempo si portavano quasi soltanto cravatte bianche o nere, in questo caso si sviluppò una gran profusione di materiali, colori e motivi: e proprio questi, da allora, costituiscono tutta la sua bellezza.
L'ARTE E I MATERIALI
Se oggi nell'universo della cravatta predominano i tessuti sintetici, quello che invece le conferisce un proprio titolo di nobiltà è la seta. Si impiegano a volte anche altri materiali come il cotone, la lana, la pelle; ma soltanto la seta (unita a volte alla lana) può dare agli intenditori quella sensazione quasi indefinibile, profondamente intima e sensuale. che i professionisti chiamano la “mano”, l’emozione tattile, più o meno soave, più o meno conturbante, che si prova palpeggiando la stoffa. Una sensazione che in parte è dovuta al peso della seta. Ma anche la rigorosità della confezione, eseguita su misura per i capi più belli, e la qualità della triplureo “anima” che costituisce il sostegno interno della cravatta sono elementi che contribuisco a dare alla cravatta una bella “mano”.
Pochi possono immaginare quanta creatività, abilità tecnica e passione siano presenti nel lavoro dei fabbricanti di cravatte in seta. Che siano tessute (“tinte in filo”) o stampare, esse assommano l'arte di chi ha ideato il motivo, la minuziosità di quanti, stampatori o tessitori, hanno il compito di tradurlo in stoffa, l'alta capacità tecnica degli artigiani o degli industriali che le confezionano e infine il talento del cravattaio che coordina tutte queste operazioni per soddisfare chi apporrà la propria etichetta sul prodotto finito.
Nate da stoffe a volte sontuose, le cravatte in seta tessuta sono giustamente le più ricercate se non le più eleganti. Nel suo libro sull’eleganza inglese, James Darwen stabilisce in proposito un principio indiscutibile: “Le cravatte di un gentleman sono in seta tessuta”. Più costose da produrre di quelle stampate, costituiscono circa u quinto della produzione in seta.
Ma oggi assistiamo alla loro affermazione, dovuta all’attuale tendenza ad indossare cravatte vivaci che non siano però chiassose. Soltanto la tessitura, infatti, consente di temperare un colore audace dandogli un corpo, una materia. Il produttore in questo caso sa scegliere tra le diverse armature, ossia i diversi modi di combinare i fili dell’ordito e della trama: esistono per esempio l’armatura tela, l’armatura sergè o saia, l’armatura satin o raso e i loro derivati, come il nattè, il sablè, il cannelè. E per far danzare nella luce le sfumature delle tinte, il produttore sa anche accostare armature diverse su superfici a volte minuscole. Infine, per soddisfare la richiesta di camiciai e grandi sarti di talento, produrrà per la cravatte effetti sofisticati con la marezzatura, il floccaggio, la gommatura, la pieghettatura.
La cravatta stampata, che ha una spetto più semplice può attingere a una maggior varietà di motivi, è oggi la più diffusa tra quelle in seta.
Anche il procedimento di stampa, che prevede la preparazione dei diversi schernii perforati attraverso ognuno dei quali passerà sul tessuto un singolo colore dei motivi da riprodurre, richiede un altrettanto alto grado di competenza. La riproduzione di un'opera d'arte, per esempio, come le Ninfee di Claude Monet, recentemente apparse su una cravatta, può richiedere la fabbricazione di quindici “schermi” (o matrici) diversi, uno per ciascuno dei quindici colori presenti nel dipinto: e addirittura alcuni di questi colori sono distribuiti in punti piccolissimi, sparsi su tutta la sua superficie.
LA RICCHEZZA DEI MOTIVI
Dall'inizio del Novecento, essendosi ormai consolidata la forma delle cravatte, i motivi e i colori sono diventati gli elementi determinanti nella scelta di questo accessorio. Può trattarsi di piccoli motivi geometrici ripetuti, di animali, di fiori, di immagini riferite agli sport, di motivi cachemire, di pois, di righe (come quelle dei club e dei reggimenti inglesi), senza dimenticare i tanti motivi “spiritosi”: per gli intenditori esigenti, desiderosi di corroborare con un sapere la loro inclinazione per la cravatta, i motivi costituiscono il più esatto tra i domini della cravattologia. Dalla loro fioritura, negli anni Trenta del secolo scorso, essi vengono inventariati, analizzati, raggruppati in famiglie con il rigore dell'entomologo.
Per uno specialista, un motivo si definisce in primo luogo non per il suo genere o il suo stile. bensì per la qualità dell'esecuzione e per il modo in cui è disposto sulla cravatta. Quest'ultimo determina in parte il procedimento di tessitura, e in alcuni casi le operazioni di stampa e confezione. D'altra parte, la disposizione del motivo conferisce spesso alla cravatta il suo stile, almeno tanto quanto il motivo in sé.
LA CRAVATTA OGGI
La scomparsa del colletto duro, resa inevitabile da una crociata igienista contro i danni che esso era accusato di provocare - emicrania, congestione, sordità e cosi via - segnò, negli anni Venti del secolo scorso, il definitivo trionfo della cravatta lunga, naturalmente associata al colletto morbido. Pur essendo comoda e confortevole, la cravatta lunga non era, tuttavia, l'ideale. Costituita da una semplice striscia di seta o di cotone, richiedeva che il nodo
venisse ben stretto perché tenesse. Quando poi lo si scioglieva, con difficoltà, la stoffa era ridotta a un misero cencio sgualcito e informe, che a lungo andare poteva anche finire
per lacerarsi. Fu grazie alla genialità di un cravattaio di New York, Jesse Langsdorf, che si pose riparo a questo inconveniente, con l’avvento della “cravatta lunga” ideale, vale a dire della cravatta d'oggi. Per evitare che si sgualcisse o si lacerasse, Langsdorf ebbe l'idea di tagliarla in diagonale e di cucire insieme tre segmenti di tessuto, conferendole cosi una maggiore elasticità e la quasi prodigiosa capacità di riprendere, una volta sciolto il nodo, la sua forma iniziale. Jesse Langsdorf brevettò la sua invenzione nel 1924 e alcuni anni più tardi
fece fortuna vendendo i diritti a numerosi altri produttori di tutto i l mondo.
Da allora la stragrande maggioranza degli uomini adottò la cravatta inventata da Langsdorf, e la storia delle forme della cravatta si fermò. E’ vero che negli anni Cinquanta la si portò più stretta e a volte con l'estremità squadrata, e negli anni Sessanta più larga, ma si trattò solo di mode passeggere. La cravatta moderna si sottrae con difficoltà a canoni classici impostisi da più di settantacinque anni: la sua forma sembra fissata in eterno, e ogni tentativo di modificarla equivale a una scommessa persa in partenza.
L’essenziale rimane una cravatta lunga e a nodo semplice, una cravatta pratica, comoda e sempre a posto. Ma anche una cravatta di per se molto sobria, per non dire austera, che mette a bando la poesia dei nodi sapienti, la grazia del rilievo e della vaporosità e soprattutto quel modo molto personale di esprimersi e di distinguersi che la varietà formale delle cravatte d un tempo rendeva possibile. |